Com'è che i giornali, tranne rare eccezioni, non parlano di questa storia, dell'attore lodigiano Giulio Cavalli minacciato di morte dalla mafia per aver preso in giro Bernardo Provenzano in alcuni spettacoli in piazza in Sicilia e in Lombardia? Come mai il mondo del teatro non dice una parola su un attore minacciato di morte dalla mafia e da un anno costretto a girare con la scorta armata? Com'é che a Lodi e a Milano, città gelose della propria libertà, i cittadini, i circoli e le istituzioni hanno lasciato correre una cosa così grave? Cosa significa questo silenzio assordante?
Temo che significhi nient'altro che paura e rassegnazione. E' grave che non si riesca a reagire altrimenti e che tutto ciò, invece di produrre solidarietà, sostegno, protezione collettiva di una voce libera e coraggiosa, produca l'isolamento della vittima di un'ingiustizia. Fatti come questo devono farci riflettere sul punto a cui siamo arrivati, con il condizionamento mafioso, anche nel Nord un tempo tanto orgoglioso di essere immune dagli spregevoli effetti della violenza mafiosa. Anche nel Nord siamo andati molto avanti nel senso dell'acquiescenza e del contagio. Questo silenzio, questa disattenzione può esserci solo perché, purtroppo, molti italiani, (ma soprattutto molti giornalisti, anche del Nord) pensano che in questa storia se c'è uno che ha sbagliato, questi è Giulio Cavalli, il quale, secondo questo modo di pensare e una formula molto usata "se l'è cercata". Non avrebbe dovuto prendere in giro Bernardo Provenzano, non avrebbe dovuto violare la tacita convenzione del silenzio e dell'autocensura che vige nel nostro libero paese! Che gli costava? La convenzione non scritta, come sappiamo, vale più delle leggi e delle convenzioni universali ed europee dei diritti dell'uomo; stabilisce che un attore, uno scrittore, un giornalista per vivere tranquillo non deve mai comportarsi come Giulio, né come quell'altro matto di Roberto Saviano, né come quei cronisti scriteriati alla Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e via elencando... No, chi vuole vivere senza minacce di morte o di altre rappresaglie può farlo semplicemente attenendosi alla regola di parlar d'altro, di fingere che la mafia e i mafiosi non esistono, e se proprio non può fare a meno di parlare dei boss, dei loro amici corrotti e intrallazisti, deve parlarne con molto rispetto e senza turbare lo svolgimento dei loro affari. E' facile, che ci vuole? Ci riescono (quasi) tutti. E' comodo e fin troppo facile. Proprio per questo noi ammiriamo chi non ci riesce, e perciò io abbraccio forte Giulio Cavalli, Roberto Saviano e tutti i matti come loro che pagano un caro prezzo per dimostrarci che la regola del quieto vivere si può rifiutare, e che l'autocensura è proprio il contrario della libertà di espressione. (A.Spampinato)
domenica 8 novembre 2009
Se la mafia minaccia anche gli attori...
sabato 7 novembre 2009
La triplice offensiva: addio alle intercettazioni, alle prescrizioni ed alla par condicio
“Ci sarà tempo per far volare le colombe. Adesso al mio fianco voglio solo falchi”. Parola di Silvio Berlusconi. E così il Pdl torna di nuovo in trincea, approfitta dello stallo del parlamento (di cui il governo è direttamente responsabile) e prova a far passare tre provvedimenti decisivi per la nuova strategia offensiva del Cavaliere: la leggina sulla prescrizione, la cancellazione della par condicio, e la nuova legge sulle intercettazioni, fortemente limitativa per i giudici (e ancora di più per i giornali). Un giro di vite che i falchi del centrodestra chiedono da tempo, e che aiuterebbe Berlusconi a difendersi sui diversi fronti politico giudiziari su cui in questi giorni si sente più esposto.
La situazione è questa: il parlamento - come abbiamo scritto più volte - è tutt’ora congelato. La Camera in “ferie” forzate. Nessun testo che non venga dal governo (dal momento che è privo di copertura economica) può essere discusso o votato, il dibattito langue nelle commissioni e non arriva in Aula. In questo scenario, però qualcosa si può fare, anche a costo zero. L’uomo del giorno è un deputato del Pdl fino a ieri poco noto. Si chiama Ignazio Abrignani, ed in realtà è molto importante per il ruolo che ricopre, quello di responsabile elettorale del partito. È lui che ha escogitato il modo per applicare un autentico uovo di colombo. Dopo sei anni in cui Berlusconi lamentava i limiti imposti dalla par condicio nelle campagne elettorali ha steso un disegno di legge composto di un solo articolo che ha l’obiettivo di sterilizzare la legge voluta da Massimo D’Alema per limitare la potenza di fuoco mediatica del Cavaliere.
Il lodo Abrignani. Al telefono (“Sa, sono a studio, il lunedì io faccio l’avvocato”) è lui stesso che spiega a che punto è il suo progetto, il cosiddetto Lodo Abrognani: “Ho discusso con Fini della possibilità di calendarizzare la legge in termini rapidi. L’ho trovato disponibile”. Perché, che urgenza c’è? “La par condicio disciplina le campagne nazionali e televisive. Quindi sarebbe importante se riuscissimo a farla entrare in vigore per la prossima campagna nazionale, le prossime regionali, E poi per le prossime politiche, ovviamente”. E cosa le ha risposto il presidente della Camera? “Posso dire che ha concordato con me sul tema più delicato, quello del principio di proporzionalità degli accessi televisivi durante la campagna elettorale che è il cardine della mia legge”. Ma Abrignani ha fatto di più, ha pensato anche di rendere di nuovo possibile gli spot elettorali e politici che la par condicio attualmente vieta. Adesso spiega che su quel punto, invece, secondo lui si potrebbe trattare: “Ho visto che tutti hanno levato gli scudi contro questa norma. Sinceramente non capisco perchè”. Forse perchè non è stato risolto il conflitto di interessi... “Va bene. Se è un problema sono disposto a fare io un passo avanti. Mi inpegno a introdurre, io stesso, un emendamento alla mia legge che sopprima nuovamente la possibilità di fare degli spot. Non esiste in nessun paese del mondo, questo divieto, ma quello che più mi sta a cuore è restaurare il principio della proporzionalità. Garantiamo un simbolico diritto di tribuna a tutti, per carità, ma poi - osserva Abrignani - riconosciamo ai grandi partiti spazi adeguati alla loro importanza”.
E Silvio disse: “Vai avanti!”.
Certo, un dubbio sull’operazione resta. Perchè questa legge arriva proprio ora? Il deputato di Forza Italia respinge ogni retroscena: “Semplicemente perchè io ho avuto il tempo di applicarmi ai dettagli della legge solo in questi mesi”. E Berlusconi? Il deputato di Forza Italia ammette di aver ricevuto un imprimatur diretto dal presidente del consiglio : “Io sono un dirigente politico di Forza Italia, vedo Berlusconi con un certa frequenza. Un mese fa sono andato da lui e gli ho spiegato per filo e per segno che cosa volevo fare con questa legge. Lui mi ha ascoltato con attenzione e poi mi ha detto: ‘Benissimo, vai avanti!’”.
Convincere la Lega. Tutto a posto, dunque? Abrignani racconta di aver discusso il suo progetto anche con Italo Bocchino (vicecapogruppo del Pdl) e che l’unico tassello mancante, per ora, è l’assenso esplicito della Lega. Ma anche per raggiungere questo obiettivo ha già in mente una soluzione: “Mi rendo conto che i nostri alleati forse hanno dei timori. Ma anche in questo caso è un problema che si può risolvere agevolemente”. Come? “Io propongo di incardinare tutti i pesi e gli spazi da ripartire sui rapporti di forza”. Il che è il principale motivo di perplessità dei leghisti: si ridurrebbe il peso specifico del Carroccio, molto rafforzato con l’exploit delle elezioni europee. “La soluzione è facile: si potrebbe introdurre, come altro criterio, l’ultimo risultato elettorale: quindi gli spazi si conquistano in virtù della forza parlamentare, e dell’ultimo dato nazionale”.
Impar condicio. E l’opposizione? “Spero di parlare con i colleghi del Pd e di convincerli, soprattutto grazie al divieto di spot”. Possibile? “Credo che si vada nella direzione condivisa del bipolarismo. E poi anche loro guadagnerebbero molti spazi in più, proporzionali alla loro reale forza elettorale. Andrò a parlare con Vincenzo Vita, spero di convincerlo”. E’ scontato il parere contrario dell’Italia dei valori. Spiega Fabio Evangelisti, vicecapogruppo alla Camera: “Se mai ci fosse un dubbio noi faremo le barricate per opporci a questo ennesimo progetto antidemocratico. In questo paese il modello imperante è l’impar condicio. Abrignani vuole semplicemente istituzionalizzare l’attuale regime di disuguaglianza anche nelle campagne elettorali”.
da Il Fatto Quotidiano n°36 del 3 novembre 2009
venerdì 6 novembre 2009
Domani torna in edicola "Not Magazine"
Torna in edicola, domani 7 novembre, il nuovo straordinario numero di Not Magazine
Un nuovo viaggio tra gli angoli più nascosti della nostra provincia, alla scoperta di storie e realtà poco conosciute, intrattenendoci con personaggi noti e meno noti.
Abbiamo dedicato la copertina di questo nuovo numero ad una giovane cantante che, con la sua voce, sta incantando un’intera penisola. Stiamo parlando di Loredana Errore, approdata alla corte di Maria De Filippi e concorrente di spicco della nuova edizione di “Amici”.
Andremo a Caltabellotta, sulle tracce lasciate dai Cavalieri Templari in questo incantevole paesino che, ancora oggi, nasconde segreti che nessuno ha mai svelato o portato alla luce. Affronteremo la scottante vicenda legata al “San Giovanni di Dio”, dando, per la prima volta, la parola alla difesa degli indagati sotto accusa. Proseguiremo la nostra inchiesta alla scoperta di una provincia a “Luci Rosse” fra escort e strani luoghi di incontro, dislocati su tutto il territorio agrigentino. Faremo conoscere da vicino il giro di affari che si cela dietro la tragica tratta di essere umani che arrivano dal continente africano.
Tra i tanti personaggi protagonisti di questa nuova edizione di Not Magazine, anche l’avvocato Peppe Arnone, proponendo un ritratto inedito dell’uomo politico che fa parlare un’intera provincia.
Per lo spettacolo:la modella riberese Sabrina Messina racconterà i suoi nuovi progetti professionali, così come il cantante saccense Ivan Segreto, tornato a Sciacca, con la voglia di ricominciare dalla sua città. Ma ci saranno anche ampi servizi sul giovane cantante Daniele Magro e sulla danzatrice Sabah Benziadi.
Assolutamente da non perdere uno straordinario racconto del vice direttore di Raitre, Nuccio Dispenza, ed un’interessante riflessione del giornalista e conduttore del Tg5, Carmelo Sardo.
Queste e tantissime altre storie su Not Magazine
In vendita in tutte le edicole della provincia.
Dov'è finita l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino?
La frase è sicuramente una delle più celebri del libro '1984' di George Orwell, prima edizione 1950. Oggi quel libro è realtà. "Chi controlla il passato, controlla il futuro" era uno dei motti del 'Ministero dell'informazione' che aveva il compito di modificare gli articoli di giornale del passato che andavano contro gli interessi del regime. Una squadra di dipendenti modificava e cancellava nomi e cognomi di alleati e nemici, riscriveva daccapo interi avvenimenti a seconda della convenienza del regime. In questo modo le nuove generazioni non potevano avere uno sguardo sul passato e conoscere la propria storia, così allo stesso modo, chi quei fatti li aveva vissuti, li aveva dimenticati accecato dalla propaganda del Grande Fratello.
Ecco cosa succede anche in Italia. Certo, gli archivi esistono, e chi è in grado di aprirli o di portarseli in testa, ha un'arma difficilmente controllabile, ma ad oggi in pochi accedono agli archivi e quella parte di popolazione (più del 70%) abituata a guardare solo tv, sta subendo lo stesso processo della storia orwelliana. Gli esempi sono tantissimi, a partire dagli episodi del dopoguerra, passando per il terrorismo rosso all'eversione nera, arrivando poi alla mafia ed alla rivalutazione di figure come quella di Craxi. Il tutto senza avere stracci di base e documentazione, detto a voce, trasmesso via tv, fatto su misura per orecchie e cervello che domande non se ne pongono e dalla corta memoria.
L'ultimo in ordine di tempo è stata l'uscita dell'onorevole Maurizio Gasparri al premio Paolo Borsellino, il quale, ancora una volta dimostra tutta l'inadeguatezza nel ricoprire ruoli all'interno di uno Stato di diritto, ed in qualsiasi altra istituzione. Gasparri arriva, entra nella stanza, scortato dal suo gorilla, che nota una donna intenzionata a consegnare dei fogli al Gasparri. Il gorilla tenta di tenerla a distanza, lei insiste e Gasparri ascolta. Lea Del Greco, questo il nome della donna, consegna il foglio a Gasparri, con le 10 domande che Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha preparato per il Senatore. Gasparri prende i fogli e dice che le domande non le leggerà neppure, perchè "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei è giovane e non lo sa".
Noi non sappiamo quali rapporti ci furono tra Salvatore Borsellino e Paolo Borsellino prima della morte del giudice, ucciso in via D'Amelio il 19 luglio 1992, certo è che il Senatore, ora deve almeno spiegare di come egli sia a conoscenza di questa cosa. I fatti vanno documentati, ed alcune persone non ci stanno più a prendere per oro ogni parola vomitata dal Senatore di turno, per altro da un Senatore portavoce di un condannato per mafia. Perchè Maurizio Gasparri, oltre che presidente del gruppo parlamentare del PdL al Senato è anche portavoce di Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Gasparri magari risponderà alla mia domanda. Aspettiamo. Anche se, a quanto pare, l'onorevole dovrà già rispondere davanti ai magistrati, visto che è nelle intenzioni di Salvatore Borsellino far partire una querela nei confronti del Senatore.
giovedì 5 novembre 2009
Mills: un corrotto senza corruttore...
I giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Milano hanno confermato la condanna in primo grado a 4 anni e 6 mesi per l'avvocato inglese David Mills per corruzione in atti giudiziari. Mills è stato ritenuto colpevole di aver incassato 600mila dollari per dichiarare il falso in due processi a carico di Silvio Berlusconi, il primo riguardo il caso All Iberian, il secondo riguardo le tangenti versate a uomini della Guardia di Finanza. Ghedini dice che la Cassazione annullerà la sentenza, ma questo lo diceva anche dopo il primo grado in cui dichiarò la medesima cosa sul futuro appello.
La sentenza di primo grado è stata abbastanza chiara, peccato che pochi l'abbiano letta e riportata esulando da quella mazzetta di 600mila dollari. Perchè? Perchè i soldi che Mills prende da Berlusconi sono più di 600mila dollari per mentire ai processi. Non sono illazioni della magistratura rossa, ma ci sono documenti su documenti che lo provano.
1995 - Mills nel 1995 prende 10miliardi di lire da Berlusconi, il quale, come ci spiega Peter Gomez, Berlusconi ha un problema in quel momento, sta quotando le sue aziende e ha addosso non solo la Guardia di finanza, i magistrati e l’Italia, ma anche il Garante per le televisioni. Il suo problema è che non deve fare risultare che, attraverso una serie di società off shore, lui ha controllato occultamente – e la legge non lo permetteva – l’intera o quasi proprietà di Telepiù, la mamma di Sky, la prima televisione criptata in Italia. Ebbene, Mills riceve da Berlusconi 10 miliardi estero su estero e si reca al fisco inglese dicendo: “le società off shore utilizzate in quest’operazione sono mie, non sono del Cavaliere”: questo a Berlusconi serve per evitare indagini anche da parte della Consob.
I documenti - Quei 10miliardi non risultano da dichiarazioni di testimoni o pentiti, ma dalle carte del fisco inglese. Il processo quindi si basa sui documenti, come si dice "documentale", e non messo in piedi da dichiarazioni di testimoni o pentiti: carta canta. Nel 2000 viene versata la famosa mazzetta a David Mills per dichiarare il falso sui soldi versati dalle società di Berlusconi. Il processo ha una radice ancora più remota, il 1991, ed il nome questa volta è quello di Bettino Craxi, che riceve sul conto esterno Northern Holding 15miliardi di lire, anzichè 10 come da accordi. Craxi dirà a Tradati, detto "il cuoco" di rispedire indietro quei 5miliardi in più. Di chi sono quei soldi finiti sul conto Northern Holding? La magistratura per dieci anni cercherà di capirlo e le risposte iniziano ad arrivare nel 1994 nel corso del processo Enimont, in cui Tradati inizia a parlare di tutto con i magistrati, tranne che di quei 10miliardi transitati su quel conto estero. Nel 1996 quei soldi cominciano ad avere un proprietario: All Iberian, conto estero gestito da una società di Silvio Berlusconi nelle isole del Canale.
Il segreto di Berlusconi - Il conto All Iberian viene rimpinguato grazie ad un sistema di creste sui diritti TV, i quali fanno pensare alle violazione delle regole del libero mercato, spiega il meccanismo Peter Gomez nell'ultimo libro scritto con Antonella Mascali: i film e i programmi televisivi che Mediaset, anzi la Fininvest comprava negli Stati Uniti non venivano comprati a prezzo esatto, questo ce lo dicono le carte; quello che costava 10 veniva comprato in Italia magari a 20 o a 30, si intermediava tra gli Stati Uniti e l’Italia una serie di società off shore, che facevano capo o a Berlusconi Silvio o a una serie di suoi prestanome e collaboratori, il prezzo veniva gonfiato e poi erano queste società off shore che vendevano in Italia, questo era il segreto di Berlusconi, il quale non doveva far sapere che rubava soldi al fisco e soldi alla sua società.
Quei soldi vennero poi fatti sparire dai conti di Mills e girati su altri conti esteri di paesi off-shore. Ora si capisce anche la ratio dello scudo fiscale con tassazione al 5%. Poi il processo per le mazzette alla guardia di Finanza, procedimento in cui Berlusconi viene assolto dalla Corte di Cassazione solo perchè Mills non dichiarò, pur sapendolo, chi fosse il reale proprietario di quelle società off-shore, questo emerge proprio dalla sentenza di primo grado di questo processo, in cui la posizione di Berlusconi venne stralciata per il Lodo Alfano.
Inizia il processo a Berlusconi. Come finirà senza Lodo Alfano? Già pronta la controffensiva ad personam - Oggi il Lodo Alfano non esiste più, ma è stato una legge dello Stato per un tempo sufficiente a scongiurare una condanna e far ripartire il processo a Berlusconi da capo, con un nuovo collegio giudicante e altre centinaia di testimoni da sentire. Il processo però potrebbe essere molto più semplice, perchè se la condanna a Mills verrà confermata anche in Cassazione, la sentenza potrebbe valere come prova nel processo a Berlusconi, il quale, però si sta già tutelando con una nuova legge ad personam commissionato al fido Angelino Alfano: nella riforma del codice di procedura penale è stato previsto che le sentenze passate in giudicato non abbiano più valore di prova. Questo vale per bloccare il processo di Berlusconi ed altri migliaia di processi che si areneranno. Alla faccia dello snellimento e della velocità dei nuovi processi penali.
mercoledì 4 novembre 2009
Gli appunti di Vito Ciancimino... e non solo...
Ciancimino: "Mio padre era con Gladio"
Il figlio di Vito Ciancimino consegna vecchi appunti ai magistrati palermitani
FRANCESCO LA LICATA
Tra i documenti che Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo c’è un appunto scritto dal padre, Vito, l’ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Novanta, quando Giulio Andreotti (decretandone la fine perché ormai superata dai nuovi assetti dell’Europa) ne rivelò l’esistenza in Parlamento.
L’appunto manoscritto è stato consegnato ieri mattina dal figlio, insieme con una quarantina di altre “carte”, tra cui la copia originale del famigerato «papello» finora esistente, ma in fotocopia, e custodito negli archivi dei sostituti procuratori di Palermo. Il biglietto sarebbe una sorta di “rivelazione” autografa destinata all’enorme materiale politico e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora suscitavano le sue affermazioni. «Ho fatto parte di Gladio», scrive don Vito. E non si sa quanto di altro aggiunge nel corso del “messaggio”. Ovviamente ogni cautela è d’obbligo, quando ci si imbatte in un argomento così scivoloso. I magistrati, infatti, non si sbilanciano, almeno fino a quando non saranno in grado di valutare l’attendibilità dell’appunto e soprattutto fino a che non riusciranno a collocarlo temporalmente e nel clima di quegli anni.
Fino a questo momento ci si deve accontentare dei ricordi e delle riflessioni del figlio, Massimo. Pure il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti dei servizi segreti. In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla «trattativa» che don Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra. Da cosa potrebbe essere nato il “filo” tra Ciancimino e i servizi? Il mondo economico, finanziario e politico - specialmente in Sicilia - è stato sempre al centro delle attenzioni e dello sguardo lungo degli apparati di sicurezza. Ma don Vito, a quanto sembra, ne aveva dimestichezza anche per via del ruolo ricoperto dal padre, Giovanni, che durante la guerra e subito dopo era divenuto una sorta di punto di riferimento degli americani nella zona di Corleone, anche perché padrone (forse l’unico, nel territorio) della lingua inglese.
Si vedrà, comunque, se le indagini porteranno a qualcosa di concreto. Nella stessa giornata di ieri - abbastanza convulsa per il teste privilegiato Ciancimino - alla Procura di Palermo ha finalmente fatto ingresso ufficiale il «papello». Dal punto di vista del contenuto (i dodici punti di richiesta della mafia) il documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la fotocopia. Importanza, invece, viene data all’originale per via delle conoscenze che potranno essere acquisite attraverso le perizie già disposte. A parte quella grafica, che potrebbe portare all’identificazione dell’autore, sarà interessante accertare «l’età» del documento (attraverso l’analisi della carta) e forse anche la provenienza.
Tra le carte consegnate ieri da Massimo Ciancimino ci sarebbe pure una pagina manoscritta dedicata alla morte di Paolo Borsellino. Don Vito titola: «Post scriptum traditori», e riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi». Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti. A tradirlo, sarebbe stata la politica (non aveva gradito il lancio di volantini da un aereo con la scritta: «Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino»). E alla fine immagina che Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e «forse anche Falcone»), «se risuscitasse» non rifarebbe le cose che ha fatto.
In mattinata Massimo Ciancimino aveva reso dichiarazioni spontanee al processo d’appello che le vede condannato a cinque anni e mezzo. «Ci sono - ha detto - tante cose che non vanno nel mio processo. Tante intercettazioni, a suo tempo ritenute irrilevanti dai magistrati, contengono invece elementi a mia discolpa che, quantomeno, avrebbe potuto evitarmi l’accusa di riciclaggio. Io desidero essere giudicato per quel che ho fatto».
Servizio RMK sull'avvento dei bloggers Anonimi...
martedì 3 novembre 2009
Chi è Alfano?
I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia.
Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".
Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.
Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.
Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.
Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".
Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.
Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.
Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.
Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".
Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".
È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.
Negli anni caldi dello scontro politicamagistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".






































