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venerdì 27 novembre 2009

Inquinamenti istituzionali e... Stragi

Nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio sono stati disintegrati i due principali simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso l'utilizzo di esplosivi bellici che hanno provocato un massacro barbaro e destabilizzato gli equilibri politici.

Cosa Nostra dopo l'inaffidabilita' 'contrattuale' evidenziata dai tradizionali referenti politici con il mancato aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione ha mutato strategia politica. La tenacia e le capacita' del pool dei magistrati di Palermo ed il lavoro svolto da Falcone per togliere al Giudice Carnevale e ad i suoi amici il monopolio delle sentenze sul crimine organizzato, hanno sancito il fallimento del rapporto tra la corrente andreottiana, in particolare, e Cosa Nostra. L'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima segna la rottura definitiva del patto scellerato delle convergenze parallele tra pezzi della politica e la mafia. La strage di Capaci preclude il Quirinale a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso con sentenza caduta in prescrizione). Le mafie, Cosa Nostra e 'ndrangheta in particolare, stanno consolidando sempre piu' una potenza economico-finanziaria soprattutto a seguito del controllo dei piu' imponenti traffici internazionali di droga. Non si vogliono piu' limitare ad avere singoli referenti politici che non sono piu' in grado di arginare magistratura e forze dell'ordine sempre piu' determinate nel contrasto al crimine organizzato.

E' il momento del salto di qualita'. La mafia decide di farsi Stato e lo fa con due strumenti tipici dei conflitti: bombe e dialogo, stragi e trattativa.

La strage di Capaci produce dirompenti effetti politici, mina le fondamenta della prima repubblica gia'Â colpita dagli albori di tangentopoli.

La mafia cambia strategia politica ed inizia i primi contatti strutturali con esponenti della politica e delle istituzioni.

Il comando del fronte antimafia viene, di fatto, preso da Paolo Borsellino, il quale indaga ed intravede il cuore del potere mafioso: i collegamenti con la politica, l'imprenditoria e le istituzioni (magistratura compresa). Non e' un caso che dopo la strage di Capaci, in un emozionante dibattito organizzato da micromega, sostiene che, nella magistratura, forse, vanno trovati taluni dei responsabili della morte del suo caro amico e collega Giovanni Falcone. Credo che Borsellino abbia anche potuto intuire della trattativa e del ruolo che stavano avendo in quelle settimane settori deviati delle istituzioni.

La strage di via D'Amelio e' una strage politica, si puo' ipotizzare che ambienti non organici a Cosa Nostra siano stati determinanti nel movente, nella dinamica e nell'occultamento delle prove della strage.

A questo punto la mafia ha inferto il colpo piu' duro che si potesse dare alla magistratura impegnata in prima linea, rassicurando i collusi e gettando nel panico tutti coloro i quali erano stati interlocutori politici di cosa nostra.

La trattativa entra nel vivo ed operano, con spregiudicatezza al limite dell'eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all'interno dei servizi (il ruolo di Contrada al SISDE) ed esponenti di primo piano del ROS (trattativa infame, mancata perquisizione al covo di Riina e il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano).

Cosa Nostra tratta attraverso il papello e continua con la strategia del terrore per mettere in ginocchio il Paese. Le condizioni per la pax mafiosa sono dure ed ecco le bombe di Roma, Firenze, Milano. Il Paese e' ad un bivio.

Chi conduce la trattativa? Uomini in divisa con autonome velleita' da nuovi piduisti, oppure braccia operative di ambienti politici che intendono aprire una nuova stagione nei rapporti con Cosa Nostra e favorirne la metamorfosi attraverso la mimetizzazione nello Stato e 'la confusione' nel bilancio dell'economia legale?

La trattativa va in porto. Cosa Nostra, dal 1993, interrompe il conflitto armato con le Istituzioni e comincia il suo fluido percorso di penetrazione nello Stato e nell'economia. La sua forza si consolida con il controllo della spesa pubblica e dei finanziamenti pubblici, con il condizionamento del mercato del lavoro ed il controllo del voto.

La nascita di Forza Italia si colloca nel periodo in cui termina la strategia militare ed inizia la penetrazione in tutte le articolazioni istituzionali e si consolida la sua presenza nei meandri dei circuiti economico-finanziari.

Il processo al Sen. Dell'Utri, ideologo di Forza Italia, con la sua condanna in primo grado a 9 anni per concorso in associazione mafiosa, e' uno spaccato illuminante del baratro in cui siamo piombati.

Il percorso della criminalita' organizzata che diviene Stato viene anche favorito da pezzi deviati delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. Da settori opachi della magistratura i quali hanno operato con analogie sorprendenti tra quegli anni? penso anche alla lucida analisi del dr. Alfonso Sabella sulle pagine de 'Il Fatto Quotidiano' a proposito delle prime indagini sulle stragi della Procura di Caltanissetta ed al ruolo ed alla contestuale e successiva carriera del dr. Giovanni Tinebra - e le volte che indagini molto delicate sono penetrate nel cuore del sistema mafioso: come le inchieste Why Not e Poseidone e le indagini della Procura di Salerno sulla cd. nuova P2). Dalle deviazioni di pezzi della polizia giudiziaria: dalle trattative di servizi piduisti (come nel caso Cirillo) a Bruno Contrada, sino al ruolo inquietante che sembra caratterizzare esponenti del ROS.

Denso di significati il racconto del giudice Sabella circa il ruolo 'determinante nell'affossamento di inchieste e nella distruzione di servitori dello Stato' del Consiglio Superiore della Magistratura, con una continuita' impressionante dal 1992 ad oggi simbolicamente rappresentata dalla presenza di Nicola Mancino.

Vi e' stato un ruolo criminale e scellerato di taluni esponenti delle forze dell'ordine mentre altre donne ed uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza morivano e rischia(va)no la vita nel contrasto al crimine organizzato?

Ogni qual volta si e' indagato in questa direzione ambienti occulti e criminali hanno operato per evitare che si raggiungesse la verita'. Alcuni spunti. La trattativa che sarebbe stata condotta da uomini del ROS con Cosa Nostra mentre ancora si sentiva l'acre odore della cenere di magistrati e poliziotti assassinati. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni del Colonnello dei Carabinieri Riccio nei processi in corso a Palermo sulla trattativa (dove si e' fatto anche il nome, a proposito dei rapporti tra magistrati e mafia, del dr. Dolcino Favi, il Procuratore Generale che avoco' l'inchiesta Why Not proprio mentre ricostruivo i rapporti tra criminalita' organizzata, massoneria deviata, pezzi della magistratura, della politica, dei servizi e delle istituzioni). La mancata perquisizione al covo di Riina ed il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano. Il ruolo che sarebbe stato condotto da magistrati, politici e carabinieri per favorire la dissociazione dei boss con l'obiettivo di stroncare il pentitismo e rafforzarne la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto politico-istituzionale. I misteri che ruotano intorno alla morte del Maresciallo Lombardo. Le informative del ROS che ritrovai nell'inchiesta Poseidone - acquisite dalla Procura di Roma - che dovetti rivedere in profondita'Â in quanto marcatamente superficiali (vi erano nomi di politici molto importanti, ambienti massonici e dei servizi, criminalita' organizzata). L'indagine che un magistrato della Procura di Catanzaro - poi indagato e perquisito dalla Procura di Salerno per reati gravi - delegava al ROS (pur non essendoci alcun profilo di criminalita' organizzata) che mirava a coinvolgermi in vicende per le quali ero totalmente estraneo. La creazione ad arte di tracce di reato, ossia il metodo della calunnia e del depistaggio. La delega che il dr. Favi dava al ROS nelle indagini della Procura Generale di Catanzaro che avocando l'inchiesta Why Not ha prodotto una sua sostanziale disintegrazione. In questi giorni la Procura di Crotone indaga un ufficiale dei Carabinieri che doveva essere un mio collaboratore mentre pare abbia fatto altro, di penalmente rilevante. Le inchieste della Procura di Salerno, proprio li' la chiave di volta per mettere insieme, in un filo criminale, vecchi e nuovi piduisti. Per questo tanti magistrati dovevano saltare, assassinati professionalmente.
I legami con la politica: dal generale Mori consulente di Formigoni, ai figli del generale Subranni (tra Angelino Alfano e servizi).
Il piduismo sta operando, tra servizi deviati e massonerie, tra mafia e politica. Va alzata la vigilanza democratica confidando in quei magistrati che ancora non hanno piegato la schiena.
Noi non molleremo mai! (Il Fatto Quotidiano)

giovedì 26 novembre 2009

Stragi '93: i PM vogliono i documenti dei servizi segreti


Come riportato da Lirio Abbate su 'L'Espresso' i magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno chiesto, questa mattina, tramite un ordine di esibizione degli atti all'attuale direttore del DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) Gianni De Gennaro, di poter accedere agli archivi dei servizi segreti per poter acquisire i documenti sulle stragi che hanno visto la morte dei giudici Falcone e Borsellino. La storia delle stragi italiane, da quelle brigatiste, passando per quelle 'nere', fino a Capaci e via D'Amelio, ha sempre visto la compartecipazione dei servizi segreti. Se non direttamente almeno indirettamente, coprendo il colpevoli o depistando le indagini.

L'ombra lunga dei servizi segreti, quindi dello Stato, si proietta in via D'Amelio, in quel del Castello Utveggio, punto di osservazione privilegiato, sul luogo della strage, dove, stando alle ricostruzioni di coloro che per primi indagarono vi fu impiantata una sede temporanea del SISDE di Bruno Contrada. Per non parlare di un episodio precedente, ovvero il fallito tentativo di attentato all'Addaura alla villa di Giovanni Falcone. Episodio a cui potrebbero essere connesse la scomparsa di Emanuele Piazza, giovane collaboratore del SISDE ucciso e poi sciolto nell'acido e di Nino Agostino, assassinato con la moglie nell'estate del 1989. Proprio su quest'ultimo, il pentito Giovan Battista Ferrante ebbe a dire "Se lo 'asciugarono' loro".

I punti oscuri delle vicende di Falcone e Borsellino rimangono molti. Episodi non completamente imputabili all'organizzazione di Cosa Nostra. Episodi che fanno pensare ad un coinvolgimento di apparati dello Stato, ben informati. Così, nell'ambito delle indagini avviate dalle procure di Caltanissetta e Palermo sui mandanti esterni a Cosa nostra delle stragi di Capaci e via D'Amelio, i capi degli uffici delle procure hanno deciso di inoltrare alla presidenza del Consiglio, da cui dipendono i servizi di intelligence, il provvedimento per l'acquisizione degli atti.

Da qui si cerca di riprendere la pista anche del famoso 'faccia da mostro', probabile agente dei servizi segreti, in contatto con la famiglia Ciancimino, utilizzato dalla mafia per commettere omicidi in Sicilia.

In attesa di osservare quanti omissis verranno messi in campo dai servizi segreti, oppure in attesa, finalmente, di uno squarcio di verità sul cielo grigio delle stragi? Certo è che la gente ha sete di conoscere. Come diceva lo stesso Falcone, "la mafia è un fatto umano e come tale può essere sconfitta. Si può vincere non pretendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori dello Stato.

Ma oggi questo, sarebbe un discorso da toga rossa, come tanti altri pronunciati da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che tutto erano, meno che toghe rosse. Toghe Rosse e magistratura comunista iniziò a dichiararlo Totò Riina dopo la sua cattura nel corso del processo

mercoledì 25 novembre 2009

Ci rimane soltanto l'aria?

Cosa succede se la globalizzazione raggiunge il rubinetto di casa

Nessun uomo è tanto pazzo da vendere la terra su cui cammina. Così, stando alla leggenda, il grande capo indiano avrebbe risposto al negoziatore bianco che gli offriva la scelta tra la guerra di sterminio e l’acquisto delle terre ataviche della sua tribù. Che cosa direbbe oggi quel capo indiano di noi che, dopo aver fatto ovunque commercio della terra su cui camminiamo, ci apprestiamo a venderci anche l’acqua che beviamo?

Niente direbbe, il fiero guerriero, perché, al pari di ogni altro ostacolo locale, fu spazzato via dalla storia che, è bene non dimenticarlo, è stata sempre storia del processo unilaterale attraverso il quale l’Occidente, esplorando, conquistando e colonizzando, ha globalizzato la terra unificandola in un sistema mondo interamente governato dalla legge del capitalismo. Ora che quella grande impresa è compiuta, ora che la fase di espansione è terminata, ora che l’auto-narrazione in cui si racconta di come il pianeta Terra divenne una sfera interna alla logica del capitale è giunta alla fine, ora non rimane che lavorare sulle condizioni di vita all’interno della grande serra planetaria del capitalismo avanzato. Questa nuova frontiera interna che avanza senza soste ha un nome preciso: privatizzazione della vita.

Rientra in questo quadro epocale anche la notizia secondo la quale in Italia, remota provincia dell’impero, il governo sarebbe pronto ad appaltare a privati il servizio di erogazione dell’acqua, che smetterebbe così di fatto di essere un servizio pubblico, trasformando l’approvvigionamento idrico, cioè l’accesso a una fonte basilare della vita, in una qualsiasi merce. In linea concettuale, infatti, anche questo sarebbe un ampio passo verso la privatizzazione della vita: l’acqua smetterebbe di essere qualcosa cui tutti noi abbiamo diritto inalienabile per il semplice fatto di stare al mondo, una dotazione comune d’ingresso, come l’aria che respiriamo, e diverrebbe un bene voluttuario diversamente accessibile in base alla nostra individuale capacità di spesa. Ecco, dunque, un altro esempio della regola della deprivazione che sembra governare i destini degli uomini in questo nuovo scorcio di millennio: a ogni nuovo giro di giostra, man mano che il «pubblico» diventa «privato», ci viene sottratto ciò che è necessario per vivere o, almeno, ciò che fino a una generazione precedente era stato considerato un diritto naturale e inalienabile. La privatizzazione della vita agisce simultaneamente su due versanti, contigui e interconnessi come le due facce di un'unica moneta. Su un versante si procede a privatizzare la proprietà non più solo dei mezzi di produzione ma anche dei mezzi di sussistenza della vita della specie, sull’altro si mette in scena la riduzione della vita sociale a fatto privato.

Sul primo versante accade che, in un quadro globale di progressivo impoverimento delle risorse naturali, di cambiamenti climatici che rischiano di mettere fine al lussureggiare della vita planetaria e di fosche previsioni sull’aumento della popolazione mondiale, il controllo sui beni basali per l’esistenza, sulle condizioni di sopravvivenza, e finanche sulle matrici di riproduzione della vita biologica, viene via via affidato a soggetti d’impresa, cioè a privati mossi dalla logica del profitto e, spesso, da intenti speculativi. È il caso del controllo delle risorse idriche, delle biotecnologie in agricoltura, ma è anche il caso della privatizzazione della guerra subappaltata a contractors privati, della privatizzazione della ricerca medico-scientifica e, sopra ogni altro, è il caso della ricerca sul genoma umano condotto da privati. Il secondo versante, meno serio ma non meno preoccupante, è quello della trasformazione della politica in talk show, un osceno teatrino di faccende un tempo confinate nella vita privata che ha l’effetto di svilire, fino all’annichilimento, la nozione di «pubblico interesse». Il «pubblico», come ci ha insegnato Bauman, è così svuotato dei suoi contenuti, privato di un’agenda propria: è solo un agglomerato di guai, preoccupazioni e problemi privati. È l’eclissi della politica, un tempo intesa come possibilità di fare uso di mezzi collettivi per affrontare i problemi individuali. È anche la fine del sentimento di comunità. E, con esso, la fine del principio di un bene comune.

Da entrambi i lati dello schermo televisivo, la collettività scade ad aggregato di agenti individuali, le esistenze a questioni private. La lezione che si ricava da questa rappresentazione che rimodella la nostra capacità di pensare il mondo in comune è che ciascuno può solo lodare se stesso per i propri successi o, più probabilmente, incolpare se stesso per i propri fallimenti. Tutti gli individui assistono al grande talk show della vita privatizzata soli con i loro problemi e, quando lo spettacolo finisce, si ritrovano sprofondati nella loro solitudine, immersi nel buio di una stanza in subaffitto davanti a un televisore sintonizzato su di un canale morto.

Antonio Scurati
Fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6637&ID_sezione=&sezione=

martedì 24 novembre 2009

Salviamo l'Acqua

Si allarga il fronte di coloro che non riescono più a bere le giustificazioni fumose della Girgenti Acque, società che gestisce l’approvvigionamento idrico in provincia di Agrigento.Troppi i disservizi, troppe le perdite idriche, troppi i giorni nei quali l’acqua non giunge in alcune zone delle città, troppi i dissesti che causano anche alle nostre strade ed all’asfalto.
In provincia di Agrigento però, non si ci muove ormai solamente “contro” la Girgenti Acque, ma “contro” la privatizzazione dell’acqua decisa con alcune leggi – vergogna dal governo nazionale.
Non sono mancate le mobilitazioni, le raccolte firme, le proteste da parte di tutti coloro che, ritenendo l’acqua un bene essenziale e di primaria importanza per il bene comune, non vogliono che venga mercificato e regolato dagli interessi di pochi.
A Sant’Angelo Muxaro prima, a San Biagio Platani poi ed infine a Menfi sono stati respinti in modo deciso ma pacifico i commissari regionali che avevano il compito di requisire le reti e consegnarle ala Girgenti Acque: sono infatti diversi i comuni che ancora non si sono consegnate alla società capendo subito l’andazzo che c’era. Noi a Sciacca naturalmente siamo stati i primi a dare tutto nonostante le immense risorse idriche del nostro territorio: insomma dovrebbero essere loro a pagare noi e non viceversa, invece ci troviamo nell’assurda situazione di dover pagare a caro prezzo la nostra acqua che, tra l’altro, “esportiamo” anche nei comuni limitrofi.
“Ricordiamo, scrive l’associazione L’AltraSciacca dalle pagine del proprio sito, quel 27 Maggio del 2008 a Sciacca quando le reti furono consegnate senza batter ciglio e, addirittura, col seguito di proclami entusiastici. Ribellarsi quando si ritiene che certe leggi non siano giuste e che non tutelino a sufficienza la collettività non significa essere “fuorilegge” ma significa “onorare il proprio mandato nei confronti dei propri cittadini”. Ma tant’è.
Nel frattempo a Menfi, il sindaco Michele Botta (Pdl) nei giorni scorsi ha indetto un importantissimo consiglio comunale aperto a tutti i cittadini e lo ha fatto svolgere all’aperto, ossia in piazza Vittorio Emanuele III. Hanno partecipato tantissimi sindaci dei comuni vicini tra cui quello di Sciacca, Vito Bono, che, lo scorso 7 novembre, aveva anche partecipato a Caltanissetta all’Assemblea Regionale del Coordinamento degli Enti Locali per l’Acqua Bene Comune segnando una svolta, seppur minima: il comune di Sciacca adesso si schiera apertamente al fianco degli altri 23 sindaci “ribelli” dei comuni più piccoli che vogliono la ripubblicizzazione dell’acqua.
E’ lecito attendersi molto di più in merito da Vito Bono poiché su questo tema si è incentrata la sua recente campagna elettorale, occorre prendere posizione, parlarne in consiglio comunale, coinvolgere cittadini ed associazioni e muoversi in maniera decisa all’interno dell’Ato.
Due sono i momenti più importanti che si avuti nelle ultime settimane. A Menfi durante la seduta del consiglio comunale aperto alcuni privati cittadini hanno riconsegnato al sindaco le proprie tessere elettorali al grido di: “se loro continueranno l’iter per la privatizzazione dell’acqua, noi non andremo più a votare”. La sortita è stata molto veemente ed il sindaco di Bivona Giovanni Panepinto, leader dei sindaci ribelli, non ha apprezzato molto il gesto facendo capire apertamente di non essere d’accordo.
L’altro episodio degno di rilievo sono le furiose dichiarazione del Presidente della Provincia di Agrigento nonché Presidente dell’Ato idrico Eugenio D’Orsi: “Entro un mese faremo quanto di nostra competenza per rescindere il contratto posto in essere con la Girgenti Acque. Adesso basta. Questi signori devono capire e sapere che, da oggi, l’atteggiamento del Presidente dell’Ato è cambiato. Basta con la comprensione, basta col dargli tempo. Devono rispettare il contratto se ne sono capaci. Se non lo sono che se ne vadano a casa.”
Dichiarazioni durissime. Certo appare improbabile smuovere la matassa della burocrazia contrattuale e legale in un mese ma se davvero si facessero seguire a queste parole i fatti nel giro di poco tempo potrebbe venire indetta una nuova gara d’appalto per la gestione delle risorse idriche provinciali. Ma sempre in regime di privatizzazione almeno per il momento. Anche perché da Roma il parlamento continua a legiferare in tal senso. Sulle leggi poste in essere in questi giorni ecco l’interessante opinione di Luigi Meconi, noto giurista. “L’attuale Governo sta ingannando i cittadini, facendogli credere di fare i loro interessi mentre di contro e per mezzo di un decreto legge ( art. 15 D.L. n. 135/2009 , spacciato per adeguamenti di carattere comunitario) , di fatto ci sta rubando il nostro diritto ad un bene indispensabile per la nostra vita come è l’acqua, regalandolo a pseudo Società per Azioni, conniventi e compiacenti, il cui ultimo fine è, e sarà, fare profitto sul cosidetto “OroBlu”, come viene oggi comunemente chiamata l’acqua . Nella stesura del D.L. 135/2009 hanno però commesso un errore che contrasta con il cosiddetto Federalismo fiscale, e uno stravolgimento dei dettami inseriti nella nostra Costituzione (articolo 117 del nuovo titolo V della Costituzione) a proposito delle competenze e funzioni dei Comuni nell’organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale , come il servizio idrico. Espropriando, come di fatto hanno espropriato con norme che hanno sottratto a Comuni e Province funzioni fondamentali sui propri servizi di interesse generale, gli Enti di cui “è costituita” (art. 114 Cost.) la stessa Repubblica, si pensa non ci stia sincero democratico che non avrebbe motivo per cui allarmarsi per quello che sta succedendo con la privatizzazione, da parte dello Stato, dei servizi pubblici locali. Se tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra hanno detto si perché si proceda in tema di Federalismo fiscale, di quale mai “federalismo” parlano se i Comuni e le Province, privati di funzioni fondamentali in tema di servizi pubblici di interesse generale, si troveranno ad essere, rispetto ai propri cittadini e imprese, mere ombre di se stessi davanti a multi utilities spa, magari quotate in borsa, magari con a finanziatori fondi pensione ballerini per gli incerti della finanza globale? Non posso concludere senza aggiungere che il DDL Calderoli, in tema di istituti di partecipazione del cittadino, è molto carente. E non si capisce perché non si raccorda con gli istituti partecipativi di cittadini e parti sociali contenuti nell’articolo 4 della legge 15/2009 e decreto legislativo di attuazione che ha avuto il via libero dal Consiglio dei Ministri in questi giorni.”
Non sarà facile salvare l’acqua. Di quello che in merito decidono a Roma nessun telegiornale mai ne parlerà. L’acqua non fa audience. In compenso fa e farà profitto. Quindi silenzio, anzi: acqua in bocca.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

lunedì 23 novembre 2009

Agricoltura: dalla Sicilia a Roma con i trattori

La crisi del mondo agricolo in generale e di quello siciliano in particolare negli ultimi mesi ha raggiunto picchi inimmaginabili. I lavoratori non riescono più a rientrare dalle spese. L’importazione di prodotti dagli altri paesi del Mediterraneo, Tunisia, Spagna, Grecia, Marocco, ha dato il colpo di grazia alle nostre culture. Ci si ritrova quindi nell’assurda e paradossale situazione per la quale il “Made in Italy” è vantato in tutto il mondo conosciuto tranne che in Italia. E questo è un dato di fatto. Gli agrumi, la vite, le olive, le pesche sono tutti prodotti della nostra terra che, proseguendo di questo passo, rischiano l’estinzione non perché la Natura ha deciso di privarcene ma perché l’uomo ha abbandonato questo tipo di attività (soprattutto nel nord Italia), perché non si riesce più ad ammortizzare i costi (non c’è più un guadagno e a volte nemmeno un pareggio tra le spese effettuate) e specie perché è molto più semplice e vantaggioso importare dall’estero. Diminuisce la qualità, non si sa cosa mangiamo e come vengono trattati quei prodotti ma si risparmia un bel po’. La crisi è generalizzata: il ministro al comparto agricolo Luca Zaia (Lega Nord), al momento, non sembra aver preso provvedimenti sufficienti a lenire questo problema. E la Sicilia e la stessa Sciacca ne risentono molto. L’assessore all’agricoltura Ignazio Piazza sta cercando di trovare le soluzioni migliori per risolvere la questione del mercato del contadino, del mercato ortofrutticolo e del mattatoio comunale ma non sarà semplice poiché, come ben sappiamo, di fondi ce ne sono pochissimi e parecchie cose potrebbero essere risolte solamente partendo dall’alto: dal Parlamento nazionale e regionale. Intanto un corteo di trattori è partito nei giorni scorsi da Caltanissetta ed è arrivato fino a Roma per dare maggiore risonanza alla protesta contro la grave crisi che ha messo in ginocchio il settore agricolo siciliano. La decisione è stata presa dal comitato spontaneo degli agricoltori della provincia di Caltanissetta, di cui è portavoce il consigliere comunale Michelangelo Lovetere, dopo un mese e mezzo di sit-in svolti a Pian del lago. Al corteo si sono uniti gli operatori del settore di tutta la Sicilia, anche da Sciacca, con l’appoggio del Comune che ha messo a disposizione pure un autobus. Una volta giunti in Calabria i trattori hanno proseguito verso Roma per portare al governo nazionale le dichiarazioni di stato di crisi già approvate dalle regioni meridionali. Gli agricoltori hanno chiesto che vengano stanziate nuove risorse. Nonostante erano fermi proprio davanti il Parlamento è stato quasi impossibile trovare loro immagini all’interno dei tg nazionali. Forse è passata la notizia ma nulla di più. La crisi non esiste soprattutto se non la faccio vedere. Nel giorno del vertice della Fao a Roma, gli agricoltori siciliani hanno percorso le principali strade della capitale e si sono poi radunati in Piazza San Giovanni in Laterano per protestare. “Non è possibile vendere il grano a 13 centesimi, un quintale d'uva a 10 euro e un litro di olio extravergine di oliva a 3 euro" ha urlato un manifestante. "Oltre ai prezzi - ha detto un altro agricoltore - chiediamo che venga dato un contributo statale non alla produzione ma ai terreni. Per il grano è stato già fatto, ora manca il vigneto. Siamo qui a manifestare nel giorno in cui si apre il Summit della Fao e se non basta andremo a Bruxelles. "I Governi nazionale e della Regione Siciliana hanno abbandonato il settore agricolo alle proprie difficoltà senza prevedere alcun intervento capace di contrastare la crisi del settore". Lo ha detto il segretario regionale del Partito Democratico Giuseppe Lupo. "La crisi del Governo Lombardo - aggiunge Lupo - e della maggioranza che lo sostiene paralizza la Sicilia e non consente di affrontare le urgenti difficoltà dei diversi settori produttivi, con conseguenze negative per le imprese, i lavoratori e le loro famiglie.” "Il nostro Paese - dice l'assessore regionale all'Agricoltura Michele Cimino - ha sempre agevolato con strumenti finanziari straordinari l'industria del nord, vedi caso auto e ammortizzatori sociali. E' arrivato il momento di pensare anche all'industria del Sud". Cimino si è recato più volte a Roma in questi giorni per partecipare ad alcuni incontri con i parlamentari nazionali. Nell’attesa e nella speranza, quella degli agricoltori, di trovare immediate risposte e soluzioni. Un mondo agricolo che risulta sempre più spaccato al suo interno tra movimenti, associazioni, sindacati e gruppetti vari. Forse una maggiore unità farebbe comodo agli stessi operatori del comparto agricolo anche perché per il governo è di certo cosa migliore poter trattare con un solo referente che rappresenti l’intero mondo agricolo rispetto a tanti capi, spesso senza truppe. Insomma una marcia su Roma pacifica ma doverosa ed un problema ancora ben lungi dall’essere risolto: non servono più palliativi momentanei adatti soltanto a dare un breve sollievo, urgono decisioni e provvedimenti importanti. E definitivi.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

domenica 22 novembre 2009

La Messina dimenticata... terremotati di serie Z


Bocciato in Senato l’emendamento che introduceva in finanziaria fondi da destinare alle vittime dell’alluvione di Messina. “Sono sconcertato ed offeso dall’atto irresponsabile che governo e maggioranza hanno consumato oggi” dice Gianpiero D’Alia, capogruppo dell’Udc al Senato. L’emendamento, firmato da Anna Finocchiaro e Costantino Garraffa del Pd, da esponenti dell’Idv e da Giovanni Pistorio per l’Mpa prevedeva lo stanziamento di 100 milioni di euro per la città di Messina e per Scaletta Zanclea per i primi interventi urgenti.

“Non ci sono parole – aggiunge – per stigmatizzare un comportamento così irrispettoso per il dolore e per i bisogni della nostra città. Nonostante le assicurazioni del governo, non si danno risorse per la tragedia di Messina ma si ingraziano società come la ‘Stretto di Messina’ chiamate solo a dilapidare risorse pubbliche non prioritarie per il mezzogiorno e per la Sicilia. E’ una vergogna senza fine”.

Gli fa eco il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. “Questo governo dimostra sempre più di essere il governo delle chiacchiere, purtroppo stavolta ai danni di cittadini che sono già stati duramente colpiti. Nonostante le ennesime promesse – continua la Finocchiaro – questa finanziaria non stanzia un euro per il recupero e il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio della Provincia di Messina. Non solo: governo e maggioranza hanno ritenuto di bocciare un nostro emendamento che stanziava 200 milioni di euro per la frana nel nisseno e ha poi rigettato anche altri tentativi di modifica che destinavano quantità di risorse più modeste. Si tratta – conclude – di un atteggiamento inaccettabile, sia nel metodo che nel merito”.


Fonte: http://www.livesicilia.it/2009/11/13/niente-soldi-per-messina/

sabato 21 novembre 2009

La lotta alla mafia tradita

Un tradimento, l’ennesimo di questo governo sulla strada della lotta alle mafie. L’emendamento della finanziaria votato a maggioranza dal Senato, che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, è molto più grave di un segnale d’allarme. Mentre sulla Giustizia pende una legge discriminatoria pensata su misura dei guai giudiziari del premier, quando si attende ancora il passo indietro del sottosegretario Cosentino dinanzi alla richiesta di arresto per partecipazione esterna ai clan casalesi e a Fondi si rafforzano gli interessi criminali nonostante le reiterate richieste di scioglimento dell’amministrazione, si consuma un tradimento a più facce.
Come ha ricordato Don Luigi Ciotti, è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro “restituzione alla collettività”. Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili confiscati, passati 90 giorni dalla confisca senza assegnazione, sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali. Le famiglie mafiose dispongono di un’enorme massa di denaro liquido, in via di ripulitura all’interno dell’economia legale, mentre sono in grado di fare intervenire un sistema di prestanome e di intermediari finanziari, che in parte già agiscono nei territori ad alta densità mafiosa. E’ evidente fra l’altro che il fortissimo radicamento sociale dei mafiosi renderebbe più agevole la loro capacità di vincere un’asta attraverso “amici”. Sono numerosi gli episodi già avvenuti in Sicilia, in Campania e in Calabria che attestano questa capacità dei clan. Vi sono comuni sciolti per mafia proprio per aver assegnato beni confiscati a prestanome dei mafiosi colpiti dalla confisca, come a Canicattì in provincia di Agrigento e a Nicotera in provincia di Vibo Valentia.
Per non parlare della debolezza prevista nell’emendamento per il meccanismo di vendita degli immobili, affidato a funzionari locali del Demanio che, per la loro oggettiva esposizione ambientale ( come è già avvenuto in alcuni casi ) non sono nella posizione migliore per resistere a condizionamenti anche indiretti.
Un secondo aspetto del tradimento riguarda il famoso “piano sicurezza” ostentato dal governo, dal premier fino al ministro Maroni, che innumerevoli volte hanno rivendicato contro le mafie non solo gli arresti da parte delle forze dell’ordine, ma l’entità dei beni sequestrati e il fatto che il bene da sequestrare venga perseguito in quanto tale, indipendentemente dalla posizione processuale del mafioso coinvolto. Bene, se fosse confermato questo emendamento sarebbero più di 3.200 gli immobili non ancora assegnati che verrebbero posti in vendita, esponendoli alla rivincita delle organizzazioni criminali, oltre ovviamente alle nuove confische che arriveranno…C’è davvero da chiedersi che fine abbiano fatto finora quei “fini sociali” che costituivano l’essenza della legge del ’96 e l’obiettivo di quel milione di firme, mentre ancora aspettiamo l’applicazione della legge finanziaria del 2006 che riproponeva l’uso sociale dei beni confiscati, anche attraverso l’istituzione di un’Agenzia nazionale.
Sono traditi infine e non possono non sentirsi tali, i giovani volontari che sotto le bandiere di Libera con le loro cooperative strappano frutti alle aspre terre confiscate, da Corleone e S.Giovanni Jato alla valle del Marro, dall’altopiano pugliese a Casal di Principe e Castelvolturno, dal basso Lazio alla periferia di Catania, trasformando in beni sociali per tutti il frutto di un crimine
di pochi intriso di morte, corruzione, paura. E con loro le associazioni di volontariato e del terzo settore, che attendono da anni solo di superare le paludi burocratiche per trasformare immobili sequestrati in centri sociali, di assistenza, di cultura. Questo sarebbe davvero il tradimento più imperdonabile. Se nella sua disastrata gestione dell’economia il governo ha bisogno di “fare cassa”, non intacchi quei pochi diritti essenziali finora conquistati per sostituire legalità e sviluppo al dominio del crimine.
C’è allora necessità assoluta di non fare ulteriori regali alle mafie, di non far passare alla Camera quel disastroso emendamento, rispondendo con la stessa forza e con l’ unità d’intenti e di organizzazione che fu messa in campo il 3 Ottobre per la difesa della libertà dell’informazione. E’ ormai un appuntamento che investe in ogni campo la responsabilità di tutti, non solo certo della società civile e non possiamo mancare.